Migranti e migrazioni: dal cuore del Mediterraneo nuove rotte di pedagogia della relazione

Anche Creativ e la Scuola Internazionale di Management Pastorale sono stati chiamati a dare un contributo importante al Quinto Forum Internazionale: “La terra è di tutti: migrazione globale, dramma epocale”, organizzato e promosso dall’Accademia degli Studi Mediterranei, tenutosi nel cuore della bellissima Valle dei Templi di Agrigento.

In particolare Giulio Carpi, fondatore di CREAtiv e direttore della SIMP, ha avuto modo di intervenire su “Migranti e migrazioni: non basta più accogliere, occorre imparare ad attendere”

Di seguito alcuni stralci del suo intervento:

“La scoperta dell’alterità è quella di un rapporto, non di una barriera – ha affermato – e parlare oggi di Inter-cultura” significa parlare realmente di “relazione fra culture”, sviluppare quelle capacità che permettono a persone che fanno riferimento a culture diverse di essere disponibili e predisposte ad incontrarsi e comunicare fra loro in modo costruttivo. Non basta salvarle dalla miseria, che è già un bel gesto, ma considerarle soggetti e non oggetti della carità e quindi valorizzarle realmente per quanto possibile. Non solo “sfruttarle” sul piano manuale ed intellettivo.

È un tema che riguarda solo il piano cognitivo-intellettivo della cultura e degli strumenti di conoscenza, ma anche e principalmente quello affettivo proprio della relazione.

Spesso la nostra difficoltà a capire un modo di pensare e di vivere diverso dal nostro sta nel fatto che ogni cultura è un modello autoreferenziale, è cioè coerente rispetto a se stessa e non può essere compresa se non dal suo interno.
Perché questo avvenga è necessario sviluppare la capacità di decentrare il proprio punto di vista mantenendo la propria identità, per lasciare spazio all’ascolto e tenere conto di idee e interessi diversi dai nostri.

“Non si può dire di conoscere un guerriero nemico se non si ha camminato per almeno un’ora nei suoi mocassini” dice un famoso proverbio Indiano

Educazione interculturale significa quindi non solo “accogliere” l’altro ma desiderarne l’incontro, cercando di comprendere come funzionano le sue rappresentazioni del mondo, quali sono i suoi valori senza giudicarli, educare all’incontro con la differenza, attenzione alla reciprocità nei rapporti.

È necessario vigilare per evitare atteggiamenti negativi e controproducenti come il senso di superiorità che porta al disprezzo dell’altro; il complesso di inferiorità e di sudditanza psicologica nei confronti di altre culture; l’eclettismo indifferenziato che è sinonimo di scetticismo; il facile irenismo, l’accettazione acritica e indiscriminata di ciò che viene proposto da altre culture.
C’è il dovere morale dei nuovi arrivati di conoscere le convinzioni, gli usi, la mentalità della popolazione nella quale essi chiedono di inserirsi.

Ma l’incontro tra le persone – che se si stimano e rispettano si “aspettano”, si desiderano, non solo si accolgono reciprocamente – non avviene per “schede” da fare a scuola (il bambino nero non è automaticamente collegato alla capanna di paglia, quello esquimese all’igloo), ma fa i conti con la complessità della cultura e della società. L’educazione interculturale può sviluppare una pedagogia della relazione umana che può favorire la crescita di ciascuno, ospite o non ospite, perché in fondo siamo tutti migranti su questa terra”.

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