UNA RIFORMA ALLA LUCE DELLA PICCOLEZZA: MISURA DELLA GRANDEZZA DI DIO

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PRINCIPI-GUIDA PER UNA RIFORMA ECCLESIALE

 

Il discorso di Natale alla Curia in questi anni ha rappresentato per Papa Francesco un’occasione per riflettere sulle malattie/vizi (2014) e sulle virtù (2015) di chi presta un servizio alla Chiesa, per arrivare a descrivere questo anno i principi-guida della riforma della Curia Romana. Riflessioni che costituiscono delle vere e proprie lezioni di Management Pastorale sul comportamento organizzativo e la gestione dei cambiamenti all’interno di un ente ecclesiale.
Questo ultimo discorso è inserito dentro una riflessione introduttiva e un prologo sul  senso del Natale che, ad una prima lettura veloce, potrebbero sembrare secondari rispetto all’argomento della Riforma. In realtà, ne costituiscono la chiave di lettura. Da qui il titolo dell’articolo e da qui parte la nostra riflessione per comprendere la portata dell’insegnamento del Santo Padre.

Il tema è farsi piccolo, come Dio si è fatto in Gesù per essere vicino al suo Popolo, ad ogni uomo e non ad un élite. Piccolo nella natura di servo. Il Natale è quindi “festa dell’umiltà amante di Dio”. Farsi piccoli, puntare all’essenziale, è la misura di Dio, è la misura con cui noi dovremmo porci di fronte alla realtà per trasformarla e guidarla con sapienza secondo il progetto di salvezza di Dio. Ma il morbo della grandezza, di essere più grandi degli altri, di mostrare ciò che si è in grado di costruire da sé, porta a dividere, confliggere, alla dialettica sterile e mortificante, alla difesa di posizioni e spazi. La piccolezza, l’umiltà, è cura all’arroganza e all’orgoglio, sconvolge e capovolge i nostri piani e calcoli, le nostre sicurezze, per divenire pienamente generativi nello Spirito. Perché Dio è il Dio delle sorprese, delle meraviglie, come piace ripetere spesso a Papa Francesco, ed essergli fedeli consiste proprio nell’essere creativi. Essere creativi dunque è esprimere prima di tutto la nostra fedeltà al disegno di Dio, al Suo sogno per l’uomo, è fedeltà alla missione della Chiesa nel mondo. “Per essere fedeli, per essere creativi, bisogna saper cambiare. Saper cambiare. E perché devo cambiare? E’ per adeguarmi alle circostanze nelle quali devo annunziare il Vangelo” (27 settembre 2013, Discorso ai partecipanti al Congresso Internazionale sulla Catechesi). Per fare questo è richiesta l’umiltà. Siamo noi purtroppo ad ingabbiare spesso la libertà e la creatività dello Spirito in grado di fare sempre nuove tutte le cose. E perché? A volte per non esporci, per paura di non essere in grado. Altre volte per comodità: non desideriamo uscire dalla zona di comfort che ci siamo ritagliati. Infine, perché ‘non si può riempire un bicchiere già pieno’: non siamo in grado di ascoltare perché abbiamo i nostri schemi, le nostre certezze e sicurezze, i nostri piani e progetti. Ma il cambiamento è prima di tutto un atto spirituale, interiore. Nella sua omelia del 3 gennaio 2014 disse ai gesuiti: “Siamo chiamati a questo abbassamento: essere degli ‘svuotati’. Per questo essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto. È questa l’inquietudine della nostra voragine. Questa santa e bella inquietudine!”.

Da questa chiave di lettura il tema della Riforma, delle resistenze che incontra, dei principi-guida delineati nel discorso, acquistano un significato preciso: non ci può essere vero cambiamento senza una dinamica di conversione! Non occorrono nuovi uomini ma uomini ‘nuovi’, ‘rinnovati’, dentro una cammino di crescita allo stesso tempo umana, spirituale e professionale. Che non vuol dire uomini che obbediscano in silenzio senza discutere e porre domande o evidenziare preoccupazioni o problemi. Ma che comprendano che per operare nella Chiesa occorre una conversione individuale (1° principio) e pastorale (2°), di ascolto profondo dello Spirito, delle persone, con uno stile di servizio, cura,comunione. Attraverso questi due principi iniziali allora anche le resistenze si aprono al dialogo e vanno ascoltate perché aiutano a migliorare. Altrimenti le resistenze tendono a nascondersi e a sabotare ogni cambiamento, oppure, vestite da agnelli, agire per conto del demonio per creare divisione. La Chiesa deve progredire e mantenersi viva nel dinamismo che ne costituisce la sua essenza, la missionarietà (3°), ma deve farlo bene, cioè con razionalità (4°) e funzionalità (5°), riorganizzandosi cioè al suo interno non in base solo a semplici principi di calcolo umano, ma scrutando i ‘segni dei tempi’ (modernità, 6°), perché è attraverso una lettura teologica della realtà che si ridefiniscono le strutture e la governance di una realtà ecclesiale (non si è una ONG).
I principi che seguono ci ricordano che una riforma nella Chiesa è essa stessa strumento di evangelizzazione e testimonianza. I cambiamenti devono richiamare il principio della sobrietà (semplificare e snellire, ), della sussidiarietà (coordinarsi nel rispetto delle reciproche autonomie, ), della sinodalità (lavorare insieme e consultarsi, ), della cattolicità (maggiore rappresentatività internazionale, dei laici e delle donne, 10°). Questi processi dovranno essere guidati dagli ultimi due principi: la professionalità (con la formazione permanente, 11°) e la gradualità (scandendo tappe, verifiche, sperimentando e correggendo in itinere, 12°).

Una grande lezione da parte di Papa Francesco, che delinea non solo i principi che guidano la riforma della Curia Romana, ma che dovrebbero guidare ogni processo di cambiamento nella Chiesa, a tutti i suoi livelli, nazionali, diocesani, parrocchiali. Un cambiamento, o meglio una conversione, che non può limitarsi ad un approccio programmatico (ripensare singole azioni o contenuti) ma paradigmatico, una ridefinizione dell’agire nel suo insieme (contenuti, forme, attori, stile). Ma per poter fare questo è necessario farsi piccoli come il Padre, per fare grande la Sua Missione.