LA CARITÀ NON HA LE MANI PULITE, MA SI SPORCA PER GLI ULTIMI

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Il Management Pastorale si interroga sul rapporto 2016 della Caritas italiana su povertà ed esclusione sociale

caritas-rapporto-2016-povertaIl 17 ottobre è stato presentato il Rapporto 2016 di Caritas italiana su povertà ed esclusione sociale dal titolo “Vasi comunicanti” (consultabile al seguente link http://bit.ly/2dygBqc).
Emergono dal Rapporto dati significativi sulla realtà della povertà in Italia:  vivono in uno stato di
povertà 1 milione 582 mila famiglie, un totale di quasi 4,6 milioni di individui. Si tratta del numero più alto dal 2005 ad oggi; e si tratta, parlando di povertà assoluta, della forma più grave di indigenza, quella di chi non riesce ad accedere a quel paniere di beni e servizi necessari per una vita dignitosa. In particolare si notano alcune tendenze nuove:
–    prima di tutto una povertà che colpisce più che nel passato i giovani: la persistente crisi del lavoro ha infatti penalizzato (o meglio, sta ancora penalizzando) soprattutto giovani e giovanissimi in cerca “di una prima/nuova occupazione” e gli adulti rimasti senza un impiego;
–    un aumento della richiesta da parte di italiani e famiglie italiane: al Sud costituiscono il 66% dei richiedenti alle Caritas locali;
–    le richieste che arrivano alle Caritas sono principalmente di natura materiale, ma spesso si sommano più esigenze insieme: povertà economica (76,9%), disagio occupazionale (57,2%), problemi abitativi (25%) e familiari (13%).
Come Chiesa che fare? Cosa rappresenta questo fenomeno? E’ sufficiente giustificarci con il lavoro encomiabile delle tante Caritas attive sul territorio nazionale?

Due giorni dopo, mercoledì 19 ottobre, Papa Francesco nell’udienza generale ha ripreso il tema della povertà. Il suo discorso è stato chiaro e diretto: “La povertà in astratto non ci interpella, ma ci fa pensare, ci fa lamentare”. Un discorso astratto o generico non ci scomoda e non ci libera come cristiani sul piano umano e spirituale. Come ebbe a dire anche nell’udienza del 18 maggio 2016, “Nessun messaggero e nessun messaggio potranno sostituire i poveri che incontriamo nel cammino, perché in essi ci viene incontro Gesù stesso”. Non possiamo come comunità delegare questa realtà e la nostra responsabilità di cristiani nei suoi confronti: “Questo povero ha bisogno di me, del mio aiuto, della mia parola, del mio impegno. Siamo tutti coinvolti in questo”. E lo siamo perché è solo attraverso le opere che la fede resta viva, altrimenti è in sé morta (Gc 2, 14-17). Allora i poveri sono la cura per una fede e una Chiesa troppo spesso malata di autoreferenzialità, di astrattismo intellettualista, di filantropia egoistica che non scomoda perché non fa incontrare l’altro ma è pensata per un benessere personale nell’aver fatto un’opera meritevole. “Le donazioni si fanno generose e in questo modo si può contribuire ad alleviare la sofferenza di tanti. Questa forma di carità è importante, ma forse non ci coinvolge direttamente.” L’azione di carità allora va ripensata, cosa che anche la Caritas italiana sa nel promuovere prima di tutto un’azione di animazione alla carità, spesso però disattesa a livello locale.

Come Scuola Internazionale di Management Pastorale riteniamo centrale il tema della povertà, perché pensando ad esso è possibile mettere in atto una riforma in chiave missionaria delle nostre strutture, organizzazioni, uffici diocesani, parrocchie, associazioni, istituti. La visione di Chiesa che Papa Francesco ci sta consegnando è dentro una dinamica missionaria, ‘in uscita’. Una visione che incide anche sui processi organizzativi, che invita a ripensare modelli, ruoli, interventi pastorali: «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione» (EG 27).  La Chiesa missionaria risponde ad una dinamica che viene da Dio, dinamica di uscita, propria dell’amore autentico che non è mai autoreferenziale ma si dona. Un amore che si de-centra per raggiungere tutti, nessuno escluso, sia nelle periferie geografiche che esistenziali della vita. Una tensione che si pone in ascolto di una umanità ferita, che desidera vicinanza, ascolto, sostegno. Ecco l’immagine dell’ospedale da campo, da vedere non come semplice metafora ma come modello organizzativo, di intervento: flessibile, leggero, inclusivo, decentrato, autonomo.

La dinamica missionaria diviene la chiave ermeneutica per interpretare la bontà delle nostre azioni pastorali, in grado di generare discepoli missionari, che sappiano vivere e testimoniare la misericordia di Dio attraverso l’azione nel mondo. Un’azione che chiede cuore ma anche competenze nel saper guidare, analizzare, progettare, comunicare. Non in un ottica funzionalista, di efficienza e produttività! Ma di discernimento sulla realtà, di coinvolgimento reale delle persone e di coloro verso i quali le nostre azioni si rivolgono, perché non siano utenti passivi, ma soggetti attivi dentro una relazione di reciprocità, di mutua crescita umana e spirituale. Per imparare ad uscire dai nostri steccati e sicurezze, comprendendo il valore del lavorare in rete, collaborare con altre realtà anche molto diverse da noi, perché la carità non ha le mani pulite. Per andare verso modelli di decentramento, di corresponsabilità progettuale, oltre un clericalismo che frena e inibisce, ma anche oltre un laicismo che si impone e divide, pensato per pochi e non per tutti. Per ricercare risorse anche economiche, perché chiedere denaro sia fatto con libertà, in quanto non è per noi, e sia anch’esso strumento per coinvolgere e rendere partecipi in una missione chi può dare (nella Bibbia il denaro non è condannato quando è fonte di relazione e di attivazione di reciprocità).

Dentro questa visione si colloca la nostra Scuola di Management Pastorale. Dentro una visione di Chiesa povera per i poveri, libera e responsabile nel far uso delle risorse di cui dispone per il bene di tutti, e prima ancora per il bene dei poveri.

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