Laudato Sì, dopo un anno lo stesso monito: “Manca la coscienza di un’origine comune”

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Non basta elaborare lunghe riflessioni o sprofondarci in interminabili discussioni su di esse, ripetendo continuamente argomenti già conosciuti da tutti. È necessario “de-naturalizzare” la miseria e smettere di considerarla come un dato della realtà tra i tanti. Perché? Perché la miseria ha un volto. Ha il volto di un bambino, ha il volto di una famiglia, ha il volto di giovani e anziani

Riflettere sull’uscita cronologica dei documenti principali del magistero di Papa Francesco, ci permette di delineare una chiara volontà e strategia pastorale.

Con Evangelii Gaudium Bergoglio ha voluto condividere la sua visione di Chiesa, per cui un documento prettamente ad intra; subito dopo, con Laudato si’, l’intento è stato di creare un ponte dialogico con tutta l’umanità, indipendentemente dalla cultura, il credo religioso, la provenienza geografica, attraverso la scelta di un tema, quello ambientale, sicuramente fondamentale e sempre più centrale nel dibattito culturale e politico. Dietro a questo c’è una chiara volontà pastorale di non arroccarsi su principi dogmatici, di non adottare una strategia di reazione agli attacchi, ma al contrario, di agire e comunicare in chiave pro-attiva, edificando ponti invece che muri, aprendosi al dialogo più ampio possibile.

Papa Francesco è in ascolto del grido di quell’umanità resa sempre più povera e sfruttata da un sistema economico che guarda solo al profitto e al bene di pochi. E a questo grido occorre dare risposte concrete e non ricette astratte formulate dietro a delle scrivanie. Laudato si’ è un appello diretto al cuore dell’uomo, un cuore che rischia di indurirsi, restare sempre più indifferente. “L’eccesso di informazione di cui disponiamo genera gradualmente la “naturalizzazione” della miseria. Vale a dire, a poco a poco, diventiamo immuni alle tragedie degli altri e le consideriamo come qualcosa di “naturale”.

Non basta elaborare lunghe riflessioni o sprofondarci in interminabili discussioni su di esse, ripetendo continuamente argomenti già conosciuti da tutti. È necessario “de-naturalizzare” la miseria e smettere di considerarla come un dato della realtà tra i tanti. Perché? Perché la miseria ha un volto. Ha il volto di un bambino, ha il volto di una famiglia, ha il volto di giovani e anziani.” (Papa Francesco, Discorso alla sede del programma Alimentare Mondiale (PAM), ONU, lunedì 13 giugno 2016).

Occorre ridare un volto alle sofferenze, alle ingiustizie, allo sfruttamento degli uomini e dell’ambiente. Se c’è un luogo dove un evento assume un volto questo è la casa. Il sottotitolo dell’Enciclica, Sulla cura della casa comune, racchiude in sé due verbi che ci comunicano l’intento profondo del documento: il primo esplicito è ‘prendersi cura’, il secondo racchiuso nel termine ‘casa’ è ‘abitare’. Come scriveva Saint-Exupery in Cittadella: “Ho scoperto una grande verità: e cioè che gli uomini abitano e che il senso delle cose per loro muta secondo il significato della casa. […] Non puoi amare una casa che non ha un volto e nella quale i passi non hanno alcun senso”. Il filosofo M. Heidegger in Costruire, abitare, pensare ci suggerisce ancora: “Non abitiamo perché abbiamo costruito; ma costruiamo e abbiamo costruito perché abitiamo […] abitare è trattenersi presso, è rimanere nella protezione entro ciò che ci è parente e che ha cura di ogni cosa nella sua essenza. […] il tratto fondamentale dell’abitare è questo avere cura”. Prendersi cura e abitare rappresentano quindi due tratti essenziali dell’essere umano, senza i quali una persona non potrebbe esprimere a pieno la sua umanità. Si può capire quindi che c’è in gioco qualcosa di essenziale in questo appello, non si tratta solo di un manifesto ambientalista.

La stessa parola ‘economia’ deriva da ‘oikos’, la casa nel suo insieme, e da ‘nomos’, governo. È il prendersi cura della casa intesa come bene comune (di tutti, nessuno escluso) e non come commodity. Prima di ripensare e riformare istituzioni economiche e politiche è necessario per Papa Francesco riscoprire l’atteggiamento fondamentale insito nella capacità di autotrascendersi, di uscire da se stessi per andare verso l’altro, sia esso una persona o la natura: “senza di essa non si riconoscono le altre creature nel loro valore proprio” (208).

Questo dovrebbe essere il primo sforzo in chiave di valorizzazione e recupero di responsabilità verso l’ambiente: aiutare l’uomo a riscoprire il senso del proprio abitare; il riconoscimento dell’esistenza di beni comuni e relazionali che acquistano valore solo se ne posso usufruire insieme agli altri; il riconoscimento del limite come orizzonte di senso nell’agire umano, per controllare un potere tecnico che oggi rischia di mettere a repentaglio il futuro dell’umanità.

Solo un “percorso di sviluppo produttivo più creativo e meglio orientato potrebbe correggere la disparità tra l’eccessivo investimento tecnologico per il consumo e quello scarso per risolvere i problemi dell’umanità” (192). Come sosteneva il teologo B. Lonergan nei suoi corsi di macro-economia: “Un singolo sviluppo ha due vettori: uno dal basso verso l’alto, creatività; l’altro dall’alto verso il basso, guarigione. Anche gli economisti, come altri scienziati, possono far progredire creativamente la propria scienza, ma anche loro, come tutti gli altri uomini, hanno bisogno di una luce nella mente e di rettitudine nel cuore.”

Questa consapevolezza comporta quindi una responsabilità per tutti, anche per la Chiesa come aveva già sottolineato  Benedetto XVI nel paragrafo 51 dell’Enciclica “Caritas in Veritate”: “La Chiesa ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di se stesso. Sono necessari nuovi stili di vita nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per la crescita comune siano elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti.”

Le nostre comunità ecclesiali abitano, occupano uno spazio. Spesso si trovano dissociate rispetto a questo e prendono scelte e agiscono consumando energie e usando spazi  senza preoccuparsene. Diventa necessario recuperare questi temi in vari modi: nella formazione degli operatori pastorali, nella gestione dei terreni di proprietà, nell’uso di risorse rinnovabili, in progetti di rete con realtà extra-ecclesiali, promuovendo nuovi stili di vita, come la finanza etica, il commercio equo e solidale, i gruppi di acquisto solidali (un esempio in tal senso ci viene fornito dalla diocesi di Brescia con la sua Pastorale del Creato http://www.diocesi.brescia.it/diocesi/uffici_servizi_di_curia/u_pastorale_sociale/creato/pastorale_del_creato.php ).

L’’incipit del sesto capitolo, su Educazione e spiritualità ecologica, apre proprio a questa prospettiva: “molte cose devono riorientare la propria rotta, ma prima di tutto è l’umanità che ha bisogno di cambiare. Manca la coscienza di un’origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita” (202).