Il Bene nelle opere, Papa Francesco: “La misericordia si contempla nell’azione”

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L’azione, lo “sporcarsi le mani”, è la via per compiere il passaggio da una fede credente ad una fede credibile. Il Management Pastorale? Mezzo per aprirsi alla realtà e superare la “spiritualità del miraggio”

Nella storia della cristianità da sempre la fede è stata accompagnata dall’azione concreta delle opere. Questo non in chiave di proselitismo, ma in quanto è proprio della dinamica dell’annuncio questo incarnare le parole in azioni di bene. E’ il modello stesso di azione di Dio nel mondo (‘con parole e gesti intimamente connessi’ DV 2) e immagine del Cristo (Parola fatta carne per abitare in mezzo a noi). Fare il bene e farlo bene è stato per molti santi e grandi persone della Chiesa e non solo, la realizzazione piena della loro persona e della loro missione nel mondo. Un bene fatto bene, in quanto il fine diviene un tutt’uno con i mezzi, l’azione una bene-dizione.

Il tema giubilare della misericordia rinforza ancora di più questo aspetto. In questo mese proprio  Papa Francesco, nelle meditazioni fatte in occasione del giubileo dei sacerdoti nella Basilica di San Giovanni in Laterano, ha puntualizzato:

“Il fatto che la misericordia mette in contatto una miseria umana con il cuore di Dio, fa in modo che l’azione nasca immediatamente. Non si può meditare sulla misericordia senza che tutto si metta in azione”. E ha aggiunto: “La misericordia la si contempla nell’azione. Ma un tipo di azione che è onninclusiva : la misericordia include tutto il nostro essere – viscere e spirito – e tutti gli esseri.”

Nella terza meditazione ai sacerdoti ha richiamato proprio l’azione di tanti santi che nella Chiesa hanno servito i poveri con opere di misericordia “in modo molto creativo ed efficace”, come segno visibile dell’amore verso il Padre. Inoltre: “Vedere quello che manca per porre rimedio immediatamente, e meglio ancora prevederlo, è proprio dello sguardo di un padre” che ci fa vedere le persone nell’ottica della misericordia. Ma per fare questo è necessario mettersi in ascolto della gente, del suo grido: un progetto, un piano pastorale, senza misericordia, non è benedetto, risulterà inefficace.

Sempre nella terza meditazione del 2 giugno, Papa Francesco ribadisce che “ora si tratta di agire, e non solo di compiere gesti ma di fare opere, di istituzionalizzare, di creare una cultura della misericordia, che non è lo stesso di una cultura della beneficienza”.

La misericordia può esercitare nella Chiesa prima di tutto un appello forte ad uscire dalle proprie abitudini, routine, aree di comfort pastorali per riconnetterci con il grido dell’umanità, per tornare in ascolto della gente stando tra di essa. Ricordiamo il monito del Papa in Evengelii Gaudium: “Qualsiasi comunità della Chiesa, nella misura in cui pretenda di stare tranquilla senza occuparsi creativamente e cooperare con efficacia affinché i poveri vivano con dignità e per l’inclusione di tutti, correrà anche il rischio della dissoluzione, benché parli di temi sociali o critichi i governi. Facilmente finirà per essere sommersa dalla mondanità spirituale, dissimulata con pratiche religiose, con riunioni infeconde o con discorsi vuoti.” (207)

Una fede che non si incarna in opere rischia di cadere nella mondanità, nelle sue varie sfaccettature, anche quelle solo apparentemente operose ma non connesse con la gente, più mosse dal prestigio e dal ritorno personale. “Bisogna tenere conto che, alla radice dell’oblio della misericordia, c’è sempre l’amor proprio. Nel mondo, questo prende la forma della ricerca esclusiva dei propri interessi, di piaceri e onori uniti al voler accumulare ricchezze, mentre nella vita dei cristiani si traveste spesso di ipocrisia e di mondanità. Tutte queste cose sono contrarie alla misericordia.”

Il management pastorale si pone quindi come prima mission quella di costituire un mezzo per aprirsi alla realtà. Questo ci consente di superare quello che Papa Francesco nomina come “la spiritualità del miraggio”: “camminare attraverso i deserti dell’umanità senza vedere quello che realmente c’è, bensì quello che vorremmo vedere noi; siamo capaci di costruire visioni del mondo, ma non accettiamo quello che il Signore ci mette davanti agli occhi. Una fede che non sa radicarsi nella vita della gente rimane arida e, anziché oasi, crea altri deserti”. Uno strumento quindi  per condividere visioni e non miraggi! Solo uno sguardo aperto alla realtà apre alla misericordia: ci mostra un’umanità ferita che richiede di operare il bene.

Successivamente il management pastorale ci chiede di operare un discernimento comunitario individuando quei criteri pastorali che indirizzano il nostro agire verso il bene vero, autentico. Le modalità infine si rifanno a quei principi che sono propri della riflessione sull’economia civile in Italia e in Europa in genere (debitrice del pensiero cristiano attraverso il monachesimo e il francescanesimo): un chiaro movente ideale, basato sul principio di gratuità (che non è il gratis); rispondere a bisogni concreti delle persone; basarsi su un principio di reciprocità: non è filantropia (più sviluppata nella cultura americana) ma coinvolgimento reale del destinatario senza il quale (senza una sua risposta) l’opera non potrebbe continuare; la bellezza, in quanto la sola cura pratica non sempre libera e sana.

Come Giacomo scrive nella sua lettera: “Chi dunque sa fare il bene e non lo fa, commette peccato” (Gc 4, 17), perché a che serve se uno dice di avere fede ma non ha le opere? (Gc 2, 14).