Chiesa “in uscita” e esercizio dell’autorità. Oltre un “luogo comune” del magistero recente

9 Papa-Bergoglio

Il riconoscimento e la ripresa della autorità per via collegiale da parte di Papa Francesco, per uscire da un modello autoreferenziale di Chiesa.

di Andrea Grillo
Pubblicato il 22 marzo 2016 nel blog: Come se non

 

Nel dibattito ecclesiale scaturito dalle parole profetiche di papa Francesco sulla “Chiesa in uscita” e sul “superamento della autoreferenzialità” forse non si è ancora chiaramente compreso quanto questa priorità, che giustamente il papa ha enunciato fin dai primi giorni del suo ministero – e che già era chiaramente presente nel suo testo presentato alla Congregazione dei Cardinali in conclave – richieda una profonda revisione dello stile con cui la Chiesa pensa e agisce rispetto al tema del “potere”  e della “autorità”.
Potremmo dire cosi: per poter “uscire dalla autoreferenzialità” e diventare davvero “eteroreferenziale” – ossia per non mettere al centro sé, ma l’Altro e l’altro –  la Chiesa deve anzitutto riconoscere di essere investita di una reale ed efficace autorità. In altri termini, essa deve poter confidare nella possibilità di intervenire autorevolmente sulla propria dottrina e disciplina – su ciò che pensa di sé e su ciò che fa di sé -, senza cedere alla tentazione di “impedirsi un ripensamento”, magari in nome della fedeltà alla tradizione. Questa via, che è spesso una scappatoia, resta infatti, anche oggi, molto praticata e non poco seducente. Sembra una virtù quasi eroica, ma spesso si trasforma solo in una forma di retorica e in un alibi.
Non riconoscersi  un’autorità: virtù o alibi?
Se la Chiesa pensa che l’unico modo di essere fedele al Vangelo sia continuare in tutto e per tutto come prima – sia dottrinalmente sia disciplinarmente – si convincerà subito di dover restare assolutamente immobile per essere pienamente se stessa. Farà dell’immobilismo – e dei beni immobili – la sua ossessione. A questa tentazione Francesco ha voluto rispondere con tre anni di una parola profetica, che vuole anzitutto persuadere la Chiesa e il mondo di due cose:
– che la fedeltà è mediata dal movimento, dalla conversione, dall’uscire per strada, non dalla stasi, dalla paura e dal chiudersi tra le mura;
– che per muoversi occorre riconoscersi la autorità di stare nella storia della Chiesa e della salvezza in modo partecipe e attivo, non come spettatori muti e passivi o come semplici “notai”.

 

L’autorità necessaria per uscire dalla autoreferenzialità

Ma questa considerazione trova più di una resistenza non soltanto nella inevitabile inerzia del modello da superare, ma anche in alcuni “luoghi comuni”, di cui vorrei considerare quello che possiamo esprimere come la riduzione della autorità alla “rinuncia alla autorità”.  Si tratta di un luogo comune molto affascinante, che assume talvolta una notevole rilevanza nella esperienza ecclesiale e che il magistero può e deve utilizzare in passaggi complessi. Si traduce, formalmente, in una dichiarazione di “non possumus”. E’ questo uno dei punti chiave del “magistero negativo”, che la tradizione antica, medievale e moderna ha coltivato con attenzione e con cura. Si tratta, in ultima analisi, di una “autolimitazione del magistero”. Ma tale autolimitazione, che di per sé è a garanzia di “altro”, e che dunque dovrebbe arginare e ostacolare le forme della autoreferenzialità ecclesiale, è entrata con grande forza nella esperienza ecclesiale degli ultimi decenni, in particolare a partire dagli anni ’90.
Una serie di documenti, che vanno dal 1994 al 2007, segnano una sorta di “basso continuo” nel quale, mediante questa autolimitazione della autorità ecclesiale, si è lasciata in vigore la comprensione e la pratica precedente come “unica autorità possibile”. Questo, infatti, è il limite di tale “luogo comune” dell’esercizio del Magistero. Il Magistero, in tutti i casi che ora brevemente esamineremo, nell’affermare di “non avere l’autorità”, non si spoglia della autorità, ma conferma la autorità nella sua formulazione precedente e classica. Ed è proprio qui che la “autolimitazione” – anche contro le intenzioni – rischia di avere come esito la “autoreferenzialita”, e che la “resistenza” autoreferenziale del potere ecclesiastico si dia la forma accattivante di una rinuncia al potere.

 

Quattro casi esemplari di “resistenza” all’esercizio della autorità

In alcuni documenti, che hanno caratterizzato gli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II e il papato di Benedetto XVI, troviamo la emergenza forte, e direi univoca, di una possibilità di “autolimitazione” del magistero, che la storia ha sempre conosciuto, ma che raramente ha assunt9 con tanta coerenza e con continuità tanto forte. Può forse sorprendere che questa inclinazione appaia tanto forte proprio a partire dagli anni 90. In realtà essa deriva da una sorta di “paralisi” che è nata dopo la grande fase “conciliare”, che invece fu caratterizzata da un nuovo slancio di “magistero positivo”, nella quale il magistero non solo rivendicava una “autorità” in ogni campo della esperienza di fede, ma la esercitava con ricchezza e creatività. A partire dagli anni 90, su una serie di questioni rilevanti, si è scelto di piegare verso una “autolimitazione della autorità”. Vediamo i casi più significativi:
– nel 1994 Ordinatio sacerdotalis, sul tema della “ordinazione delle donne al sacerdozio”, inaugura con forza questo stile, dichiarando che “la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale”. Con una dichiarazione di “non autorità” si vuole chiudere la questione, pur non escludendo che “altre ordinazioni” siano percorribili.  La negazione della autorità determina la conferma della forma classica del potere ecclesiale.
– nel 2001 Liturgiam authenticam, la V Istruzione della Congregazione per il culto divino per la attuazione della Riforma Liturgica, nega ogni autorità della cultura ecclesiale “in lingua vernacola”, attribuendo autorità soltanto al “testo latino”, e dunque solo al passato. Anche in questo caso, alla complessa mediazione tra cultura moderna e cultura premoderna si sostituisce la semplice autorità della seconda sulla prima.
– nel 2005 la Nota della Congregazione per la Dottrina della fede sul ministro della unzione degli infermi, nel dichiarare che “soltanto i sacerdoti (Vescovi e presbiteri) sono ministri della Unzione degli infermi), si nega ogni autorità alla Chiesa di poter considerare non solo la evoluzione della definizione del sacramento (da estrema unzione a unzione dei malati) ma anche quella del ministero (con la rinascita di un “diaconato permanente”). Alla Nota si accompagna un “commento” che offre una spiegazione della Nota poco convincente, alimentata solo da una lettura della storia con gli occhiali del diritto canonico e del catechismo.
– nel 2007 il Motu Proprio “Summorum Pontificum”, con cui si crea un parallelismo di forme rituali del medesimo “rito romano”, ci si spoglia della autorità di orientare la liturgia ecclesiale lungo le linee della Riforma Liturgica e si rimettono in pieno vigore i riti che la Riforma stessa aveva voluto superare. Anche in questo caso il Magistero “si autolimita” poiché non avrebbe la autorità di orientare la tradizione e le scelte dei singoli ministri ordinati, ma in tal modo restituisce autorità a forme di esperienza preconciliare.
Come è evidente, tutte queste decisioni, sia pure nella loro diversità di contesti e di intenti, fanno ricorso ad un “luogo comune” secolare del magistero. Hanno tutti in comune una sottile dialettica tra “perdita di potere” e “assunzione di potere”: nel momento in cui il magistero dice di “non avere autorità”, lascia nella autorevolezza lo “status quo”. Esso tende ad identificare ciò che è con ciò che deve essere. E pertanto blocca il dibattito sul ruolo ministeriale delle donne, sulle forme della inculturazione liturgica, sulla articolazione dei ministeri nella pastorale sanitaria e sul cammino organico della riforma liturgica. Non è difficile notare come questo “non riconoscimento di autorità” si identifichi con una conservazione del potere acquisito. Spesso diventando principio e alimento di una rischiosa inclinazione alla autoreferenzialità.

 

Francesco: riconoscimento  e ripresa della autorità per via collegiale

Dopo questo lungo percorso, il “ritorno al Concilio” di papa Francesco appare segnato dalla esigenza di “ridare autorità” all’azione ecclesiale. Solo così essa potrà uscire dalla “tentazione della autoreferenzialità”. Ma per farlo deve assumere un approccio alla tradizione diverso. La Chiesa non si riconosce come una “storia chiusa”, come un “museo di verità da custodire”, ma come un “giardino da coltivare”. Per questo sarebbe molto utile rileggere il pontificato di Francesco, a tre anni dal suo inizio, non come una forma incerta e “soft” di ministero pastorale, ma come un ripensamento della forma con cui la Chiesa non rinuncia ad esercitare la autorità. Francesco assume la esigenza di esercizio della autorità che i suoi predecessori avevano come sospeso, determinando sempre delle “paralisi”: di fatto in ognuno dei campi che abbiamo considerato si è giunti ad una “impasse”: ministeri femminili, rapporto con le culture, pastorale sanitaria e cammino della riforma liturgica sono tutti campi della tradizione in cui abbiamo sperimentato un “perdita di rilevanza” in nome della conferma di una “autorità autoreferenziale”.
Per uscire da questo modello “introverso” di autorità, Francesco ha messo in campo uno “stile” e un “linguaggio”, ma anche un “procedimento” e una “consultazione” che trasformano l’esercizio della autorità. Ciò comporta una serie di avvertenze, che possiamo illustrare con due casi esemplari. In tutti questi due esempi, la logica della “tentazione autoreferenziale” continua ad usare il linguaggio del “non possumus”, mentre la logica della “misericordia” scopre strade nuove e possibilità inaudite:
– la lavanda dei piedi e le donne. Un semplice gesto profetico, ripreso dalla più autentica tradizione evangelica giovannea, ma liberato dalla gabbia delle rubriche, ha rimesso al centro dei riti della settimana santa una “vocazione universale” che altrimenti sarebbe risultata come soffocata, attutita, quasi oscurata dalla “obbedienza” al regolamento cerimoniale. La resistenza del “non possumus” e la ripresa di autorità del gesto si sono manifestati come una possibilità di uscita dalla autoreferenzialità. Ora anche alle donne si possono lavare i piedi. Anche se poi, nella esistenza cristiana, sarà molto più facile che siano le donne a lavare i piedi dei preti piuttosto che i preti a lavare quelli delle donne…
– la Chiesa e le famiglie dei divorziati risposati. Anche sul tema della “comunione” dei fratelli che vivono in seconde nozze, l’argomento del “non possumus” viene usato indiscriminatamente per alimentare la ipocrisia della competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici o la apologetica antidivorzista. Senza considerare l’effetto di distorsione che un “divorzio per nullità” determina nel sentire comune e nella autocoscienza dei battezzati. Prendere la via della “maggiore misericordia” significa, per Francesco, inaugurare le strade pastorali di riconciliazione dei soggetti e dare credito a nuove forme di “vita comune”, nelle quali si realizza non solo la esperienza degli uomini, ma anche la vocazione del Vangelo. Non si tratta di “dare la comunione ai divorziati risposati”, ma di riconoscere che “battezzati in seconde nozze” diventano soggetti di comunione. La autorità ecclesiale passa dalla prospettiva “legale” alla prospettiva “testimoniale”.

 

Fratellanza, per la libertà e la eguaglianza

In conclusione, papa Francesco, e la Chiesa che cammina con lui, ha compreso – non senza fatica e non senza la preoccupazione di farlo capire a tutti gli altri – che il “non possumus”, ossia la dichiarazione di “impotenza” del Magistero, manifesta spesso, oltre che il giusto scrupolo nella mediazione della tradizione, una cieca “volontà di potenza”, una “autoaffermazione” che cancella l’altro e lo annulla. Levarsi i calzari di fronte alla terra sacra dell’altro significa non poter rinunciare all’esercizio della autorità: sentire il dovere di provvedere adeguatamente. E lo sguardo rivolto al Crocifisso e alla sua Pasqua non diventa l’alibi per la inerzia o la fonte di parole consolatorie, ma il fondamento di una conversione, di uno stile nuovo e di una nuova e promettente prossimità. In una “fraternità mistica” riscopriamo il cuore del vangelo. Nel mondo che è nato dagli ideali di “libertà, uguaglianza e fraternità” sappiamo che possiamo pretendere dalla legge libertà ed eguaglianza. Ma la fraternità possiamo solo lasciarcela donare dalla benevolenza altrui. Una Chiesa che torna a fare questa esperienza, e che la comunica a tutti, saprà di dover contare sulla profezia della fratellanza, per promuovere la giusta esperienza di libertà e di uguaglianza. E ogni volta che dirà “non possumus” lascerà che lo “status quo” determini forme di illibertà, di diseguaglianza e di indifferenza. A questa pericolosa autoreferenzialità si oppone con decisione ogni gesto e ogni parola della visione pastorale di questo papato, che chiede a forme nuove di collegialità e di comunione di trasformare questo stile e questo linguaggio personale in patrimonio comune, nel solco del grande ripensamento della autorità promosso dal Concilio Vaticano II.