Amministrare bene per fare il Bene: la progressiva rivoluzione di Papa Francesco in Vaticano

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Commento al Motu Proprio sui beni immobili e le competenze in materia economico-finanziaria.La riforma? Segno e modello per ripensare la Chiesa tutta in relazione alla gestione dei beni temporali e delle risorse economico-finanziarie

di Fabrizio Carletti
Docente della Scuola Internazionale di Management Pastorale

Roma, 13.07.2016

Questa settimana è stato diffuso l’ultimo documento di Papa Francesco in merito alla gestione dei beni temporali della Chiesa e circa le competenze in materia economica-finanziaria degli organismi di coordinamento vaticani in materia economica. Un ‘motu proprio’, un atto personale e diretto del Papa, che fa seguito a quello del  24 febbraio 2014, Fidelis dispensator et prudens, dove istituì tre nuovi organismi, cioè il Consiglio per l’Economia, la Segreteria per l’Economia e l’Ufficio del Revisore Generale, e dopo l’approvazione ad experimentum degli Statuti dei citati organismi (22 febbraio 2015).

Intento di questo articolo non è tanto scendere nel dettaglio del contenuto molto tecnico dei documenti, ma di leggere tra le righe la visione di Papa Francesco rispetto a questi temi, visto il suo diretto e profondo interesse mostrato da tali atti nella riforma economica e finanziaria del Vaticano. Una riforma non tanto e solo sul piano tecnico, per l’appunto, ma come segno e modello per ripensare la Chiesa tutta, in relazione alla gestione dei beni temporali e delle risorse economico-finanziarie.

La Chiesa è presentata come un amministratore fedele e prudente (Lc 12, 42), che non è proprietaria dei beni che gestisce ma ne è il custode. E non li gestisce per se stessa, altrimenti il rischio è quello di una “elefantiasi” delle strutture, come si era espresso a gennaio in un intervista il cardinal Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano nonché membro del Consiglio dei nove cardinali che coadiuvano il Papa nella riforma della Curia e nel governo della Chiesa. Alla luce di questo si può meglio interpretare il discorso di Papa Francesco all’apertura dell’Assemblea dei vescovi italiani di Maggio, dove pronunciò le seguenti parole: “Nella vostra riflessione sul rinnovamento del clero rientra anche il capitolo che riguarda la gestione delle strutture e dei beni economici: in una visione evangelica, evitate di appesantirvi in una pastorale di conservazione, che ostacola l’apertura alla perenne novità dello Spirito. [Invitando a mantenere] soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio”. Non si tratta ovviamente di svendere beni e risorse economiche a disposizione del patrimonio ecclesiale ma di operare un attento discernimento comunitario sul loro effettivo uso e bene prodotto alla missione della Chiesa in merito anche ai segni dei tempi presenti.

I criteri di questo discernimento ce li danno proprio i due motu propri di Papa Francesco.

Un amministrazione responsabile.

“La Chiesa è consapevole della responsabilità di tutelare e gestire con attenzione i propri beni”, in quanto quei beni non sono suoi ma gli sono affidati per qualcosa di più grande che la sola conservazione di un potere o un ruolo temporale.

“Il possesso priva­to dei beni si giustifica per custodirli e accrescerli in modo che servano meglio al bene comune, per cui la solidarietà si deve vivere come la decisione di restituire al povero quello che gli corrispon­de (EG,  189)”. E’ irresponsabile anche un uso improduttivo, intenso come un atteggiamento di ignavia, volto a lasciare strutture e risorse inutilizzate quando potevano produrre un bene per gli altri.

Un amministrazione decentrata e corresponsabile. Gli ordinati sono custodi di questo patrimonio, ma questo non vuol dire che il loro operato deve essere appesantito dalla sua gestione ordinaria. Se guardiamo alla composizione del Consiglio per l’Economia, questo è composto di quindici membri, otto dei quali sono scelti tra Cardinali e Vescovi in modo da rispecchiare l’universalità della Chiesa e sette sono esperti laici di varie nazionalità, con competenze finanziarie e riconosciuta professionalità. Il problema quindi non è tanto nell’avere dei beni da gestire, ma come gestirli in modo efficace per il bene della missione. Si può leggere nelle Linee orientative per la gestione dei beni negli Istituti di vita consacrata e nelle Società di vita apostolica: “Considerata la complessità delle questioni economiche e finanziarie nella gestione dei beni e delle opere, oggi è quasi impossibile prescindere dalla collaborazione con tecnici, laici o membri di altri Istituti. Occorre tuttavia evitare due estremi: da una parte di non servirsi di consulenti per non spendere denaro, rischiando di incorrere in problemi legali, economici, fiscali; dall’altra di sperperare il denaro dell’Istituto nelle consulenze, talvolta intraprese senza discernimento, che non sempre si rivelano efficaci”. La Parola ci viene in soccorso: “Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico” (At 6,3). Consulenti scelti quindi per la loro reputazione, con una solida formazione ecclesiale e con le necessarie competenze.

Un amministrazione che non perda di vista i fini.  “I beni temporali che la Chiesa possiede sono destinati a conseguire i suoi fini e cioè il culto divino, l’onesto sostentamento del clero, l’apostolato e le opere di carità, specialmente a servizio dei poveri (cfr. can. 1254 § 2 C.I.C.). La Chiesa, di conseguenza, sente la responsabilità di porre la massima attenzione affinché l’amministrazione delle proprie risorse economiche sia sempre al servizio di tali fini”. La missione di chi serva la Chiesa non può essere l’accumulare soldi o il potere mondano, ma il servizio. Lo ricordava Papa Francesco nell’omelia di dicembre a Santa Marta: “no ad una Chiesa che vive attaccata ai soldi, che pensa ai soldi, che pensa a come guadagnare i soldi”.  È necessario questo distacco per entrare in una logica di servizio e non di potere, oltre che per comprendere meglio cosa intenda Bergoglio con l’espressione “voglio una Chiesa povera per i poveri”. Nella stessa omelia: “Il nostro diacono, il diacono di questa diocesi, Lorenzo, quando l’imperatore – lui era l’economo della diocesi – gli dice di portare le ricchezze della diocesi, così, pagare qualcosa e non essere ucciso, torna con i poveri. I poveri sono le ricchezze della Chiesa. Se tu hai una banca tua, sei il padrone di una banca ma il tuo cuore  è povero, non è attaccato ai soldi, questo è al servizio, sempre. La povertà è questo distacco, per servire ai bisognosi, per servire agli altri.” La povertà è questo distacco, e contempla il gestire le risorse a disposizione per metterle con tutte le nostre forze al servizio di chi ne ha bisogno.

Un amministrazione trasparente. La responsabilità che abbiamo verso le risorse che ci troviamo a gestire ci chiede di avere degli strumenti di controllo e verifica sul nostro operato. Chi ha chiara la missione che sta servendo, chi ha una formazione ecclesiale solida, non vede il controllo come uno strumento di giudizio ma come un’opportunità per fare il meglio ed evitare errori. “Per questo motivo la Santa Sede presta un’attenzione particolare alla vigilanza sull’amministrazione del proprio patrimonio”. Nell’ultimo documento si legge inoltre come sia “necessario separare in maniera netta e inequivocabile la gestione diretta del patrimonio dal controllo e vigilanza sull’attività di gestione.

A tale scopo, è della massima importanza che gli organismi di vigilanza siano separati da quelli vigilati”.

Siamo di fronte alla presentazione di un modello, di una visione di Chiesa, non attraverso semplici parole, ma mediante atti concreti. Lo stile di Papa Francesco ci ha insegnato che i cambiamenti nel momento in cui si annunciano vanno avviati, prendendosi cura dei processi, sperimentando anche dei primi modelli imperfetti che poi nel tempo, attraverso la verifica, possano essere rivisti e perfezionati. Proprio questo ci mostra questo secondo motu proprio, che va a perfezionare quanto già avviato due anni fa.

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